È caduto pochi anni fa il centenario della nascita di Raymond Queneau, nato a Le Havre nel 1903, e diventato, dopo una laurea
in filosofia alla Sorbona, scrittore e saggista, nonché, dal 1941, segretario generale della prestigiosa casa editrice parigina Gallimard, carica che occupò fino alla sua morte nel 1976. Autore del divertente “Zazie nel metro”, romanzo scritto servendosi di una
scrittura fonetica che illustrava i cambiamenti del francese, in Italia ha avuto traduttori di eccezione in Italo Calvino
per “I Fiori Blu”, Sergio Solmi per “Piccola cosmogonia portatile” ed Umberto Eco per gli “Esercizi di stile”, usciti tutti
per i tipi di Einaudi. Lettore infaticabile dalla cultura vastissima, Queneau si è trovato in contatto con i principali movimenti
letterari e culturali presenti sulla scena parigina fin dagli anni Venti, dal Surrealismo di Breton all’Esistenzialismo di Sartre, senza mai aderire incondizionatamente a nessuno di essi. Questa indipendenza intellettuale ha dato luogo ad un’opera
molteplice, composta da romanzi, poesie, racconti, saggi, sceneggiature di film, originale e alquanto inclassificabile. Soltanto
recentemente la critica sta scoprendo la profonda unità della concezione poetica che ne sta alla base, dal primo romanzo,
“Le chiendent” (Il pantano) del 1933, alle opere composte nell’ambito dell’Oulipo, il laboratorio di letteratura potenziale, gruppo di lavoro fondato nel 1960 con l’amico matematico François Le Lionnais.